Alessio Masone visto da Antonio Esposito

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Published in: on 7 gennaio 2010 at 02:29  Lascia un commento  
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Violenza sulle donne e società competitiva. Il pensiero della differenza femminile per una cultura non violenta e inclusiva

di Alessio Masone
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Nella giornata dedicata alla violenza sulle donne, abbiamo avvertito un invito. Ma siamo mai riusciti ad eliminare i crimini grazie a una semplice sensibilizzazione?

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Questo forse perché, nel quotidiano non agiamo nessun cambiamento, nessuna messa in discussione che ci consenta di non essere complici di una società competitiva ed escludente che agevola la violenza sulle donne ma anche la prevaricazione in genere.
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In mancanza di una comunità coesa e inclusiva, ogni individuo, adulto o giovane, è spinto naturalmente a esercitare potere verso gli altri: tramite la forza fisica, ma anche tramite la violenza morale che è meno individuabile e perseguibile.
La società civile e il mondo intellettuale ritengono di fare la propria parte condannando moralmente la violenza sulle donne.
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Ma secondo il metodo del cambiamento dal basso, questo non è sufficiente: è necessario che la società civile faccia la sua parte rinunciando a proprie abitudini che involontariamente sono promotrici di una collettività che genera sopraffazione e violenza.
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Deleghiamo le responsabilità sempre all’altro, ma ognuno di noi, a suo modo, nel suo mondo, è portatore di competizione e di violenza. Alcuni di noi lo fanno in modo latente, alcuni lo fanno in modo formalmente lecito, altri non avendo altro modo di esercitare potere sull’altro, lo fanno sugli unici esponenti su cui possono agire: i propri familiari, la donna e i minori.
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Per questo motivo, sono scettico sulle singole giornate simbolicamente dedicate alla violenza sulla donna o agli abusi sui minori o al bullismo o alla devastazione dell’ambiente o alla fame nel mondo o alla legalità: sono facce di un unico problema quotidiano.
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Analizzando la questione con il metodo di Art’Empori (il cambiamento dal basso applicato alla fruizione culturale ed artistica), dobbiamo ipotizzare che esista una corrispondenza diretta fra la tendenza a fruire di un autore/artista, in quanto semplicemente più noto di altri, tramite i mass media (esclusione e delega), e la commissione di atti violenti sulla donna e di prevaricazione in genere.
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A proposito di donne, Art’Empori promuove un metodo utilizzato dal pensiero della differenza femminile per agevolare un linguaggio della non violenza: non citare i grandi autori per dare credibilità alle proprie convinzioni, ma utilizzare un linguaggio laico (scevro da dogmi e inclusivo) e capace di esperienzialità.
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Ebbene, sempre più, quando leggo uno scritto molto erudito e ricco di citazioni, insieme alla piacevolezza (fruizione estetica), io scorgo un linguaggio grondante sangue, in quanto esclusivo e competitivo (fruizione etica). In quel momento, come un visionario, scorgo insieme tutte le violenze e le prevaricazioni che stanno avvenendo contro le donne e contro l’umanità: forse, oltre a dare spazio ai poeti che scrivono, dovremmo tentare di essere poeti nel leggere, quindi di essere coautori dell’opera e del mondo.
Questa fruizione etica ed esperienziale delle arti costituisce una cittadinanza artistica non delegata.
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Ma le donne, nel pensiero della differenza di genere, sono portatrici nel mondo anche di un’attitudine alla cooperazione, alla cura, alla solidarietà: esse, se non venissero omologate all’uomo (quote rosa), sarebbero capaci di promuovere un uomo meno competitivo ed escludente, meno bramoso di potere, quindi meno violento nelle ripercussioni diffuse del suo agire.
In questo caso, possiamo guardare le donne come protagoniste capaci di condizionare il mondo e non come vittime passive da tutelare.
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È necessario rimuovere la causa dell’ingiustizia, non semplicemente concentrarsi sui sintomi dell’ingiustizia, su quegli autori materiali di cui siamo noi i mandanti quotidiani: con l’esclusione che anche agevoliamo nel guardare un film premiato, nel comprare un libro promosso in televisione o sui giornali, nel partecipare a un dibattito dove i relatori sono tutti insieme contrapposti agli spettatori, nell’amare i personaggi nazionali della cultura e nell’odiare quelli vicini di casa.
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Mettere in discussione le nostre abitudini di fruizione artistica è faticoso per noi quanto lo è per un alcolizzato violento non picchiare la moglie.

L’uccisione di un idealista: il movente è sempre la droga, quella delle emozioni che impediscono il cambiamento

Di solito, evito di parlare di notizie inflazionate, ma Acciaroli è il luogo di mare più affine al mio sentire: con alle spalle rilievi montuosi che fanno pensare a un Fortore che affaccia sul mare, lì, per non sentirmi turista, parassita del luogo, mi prendo cura di una decina di piante di fico d’India che collocai su un ciglio della strada (oggi si dice guerrilla gardening), all’ingresso di questa minimale località. Inoltre, Angelo Vassallo era il vicepresidente delle CittàSlow e io sono stato, per tre anni, il fiduciario di Slow Food Benevento. A Pioppi (altra frazione di Pollica), tramite il fisiologo americano Ancel Keys che qui risiedeva, è nata la “dieta mediterranea”, quella che incoraggia una nostra identità e un modello di sviluppo sostenibile. Quindi, l’uccisione del sindaco di Pollica (e di Acciaroli e Pioppi), ha toccato da vicino il mio sentire e mi ha reso più intollerante con quella società civile che ritengo complice del paragima verticistico che ha armato quel delitto.
Alessio Masone


L’uccisione di un idealista: il movente è sempre la droga, quella delle emozioni che impediscono il cambiamento
di Alessio Masone – 12 settembre 2010  

Il funerale di Angelo Vassallo mi riporta alla mente quei film in cui si mostra che, dopo l’assassinio di chi si è opposto al sistema del malaffare, alle conseguenti esequie partecipano anche quelle persone che sono state funzionali a quell’omicidio. Ebbene, quei film dovrebbero farci pensare a quanto noi benpensanti siamo complici, ogni volta, che viene trucidato un idealista. Tutti quelli che, in onore della vittima, partecipano alla fiaccolata di solidarietà, fanno commenti indignati, leggono morbosamente le notizie sui giornali, linkano gli articoli su facebook, non sono forse funzionali a quell’omicidio?

Dove erano questi, espressione di una società civile a intermittenza, quando Angelo Vassallo non era alla ribalta dei giornali? Dove saranno, appena spenti i riflettori sulla vittima di turno?

Per noi, decide la camorra chi e quando deve essere considerato degno di una considerazione, tra l’altro, tardiva e retorica. Per noi, decidono i magistrati chi deve essere considerato indegno, a prescindere da quanto la maggioranza degli altri, di fatto, viva indegnamente. Per noi, decidono i mass media come dobbiamo vagliare il mondo.

Questo avviene perché noi non siamo esercitati a considerare l’altro in base alle nostre opportunità esperienziali. Se un artista e un intellettuale valgono (anche quando è un nostro concittadino), lo dobbiamo sapere dai mass media: a quel punto, accade abitualmente che, aderendo emozionalmente al suo risultato, alla sua fama, perdiamo interesse ad aderire al percorso (che è alla base di quel risultato) e a riproporlo, in proporzione, nella nostra vita.

Quelli che si indignano per l’omicidio di Vassallo, poi, nei fatti quotidiani, nella vita esperienziale, sono come Vassallo, il sindaco della filiera corta, o sono come quelli che comprano nei supermercati, che “comprano” seducenti notizie di filiera lunga, già belle e confezionate sui giornali nazionali, che  frequentano gli eventi culturali perché vi recita l’attore rinomato?

Chi, nel percorso, non è come Angelo Vassallo, è a favore del modello in cui proliferano le mafie, i politicanti, le multinazionali.

La maggioranza della popolazione, ascoltando o leggendo Travaglio e Saviano, soddisfatta la dose giornaliera di emozione di giustitiza, di fatto, resta piegata al sistema e sentenzia la morte di quei pochi idealisti che non si piegano.

A causa di una dipendenza dalle emozioni, i “tossici dell’informazione” commentano appassionati le ingiustizie che leggono sui giornali e su facebook, “consumano dosi emozionali” ed egoistiche in teatri e ai concerti. Cosa avrà da compiacersi alla Città spettacolo, se poi quel colto e raffinato beneventano, esaurito l’effetto della droga emozionale, come in ogni dipendenza, si ritrova in un mondo reale che non è cambiato? Le emozioni scatenate dall’opera d’arte e dall’omicidio di un idealista, sono capaci di produrre nelle persone l’attitudine al bene comune, anche semplicemente, nel comprare di filiera corta, di commercio equo, nel frequentare il volontariato?

Le attività culturali, se fruite passivamente servono ad un’emozionalità secondaria, di rimando che produce un appagamento tampone che, di fatto, impedisce di cambiare il mondo. Le attività, invece, se realizzate esperienzialmente producono un’emozionalità primaria, originaria che provoca cambiamento, personale e del mondo. Se vagliamo un’opera d’arte nella sua capacità di azione, di bene comune, noi stiamo agendo, stiamo soggettivando quell’opera (ma anche il mondo) e, quindi, ne siamo coautori.

Certo, ognuno deve essere libero di emozionarsi a teatro o al cospetto di un’opera d’arte, ma, se non soggettiva quell’opera producendo cambiamento, almeno, lo faccia senza la spocchia di riconoscersi parte di un mondo intellettuale, di riconoscersi in antitesi a chi ha armato la mano dell’assassino di Angelo Vassallo. Ammetta che si emoziona a teatro, come fosse allo stadio, e faccia spazio a chi vuole cambiare il mondo.

Le mafie non fanno solo profitti illegali, i politicanti non si spartiscono solo mazzette, le multinazionali non solo concentrano le ricchezze in mano a poche persone: questi, oggi, saccheggiano i beni comuni, il territorio, l’aria salubre, l’acqua, ma anche la dignità del vivere, la coesione sociale e una cittadinanza non delegata.

Se si vuole che queste forze siano messe in discussione, il popolo deve aprire la strada mettendosi, esso stesso, in discussione. Può apparire impensabile, ma, se vogliamo il cambiamento, anche l’intellettuale deve fare le sue faticose rinunce: non può più aderire all’opera d’arte in funzione della sola eccellenza, della sola fruizione estetica, agevolando un verticismo emozionale, se si vuole che il criminale non delinqua rinunciando a “possedere” l’emozione dell’eccellenza di un’automobile prestante, di un abito griffato, di una villa sontuosa.

I criminali, i corrotti e i manager senza scrupoli vivono in mezzo a noi, fanno gli stessi viaggi, “comprano” le stesse emozioni, frequentano gli stessi cinema, gli stessi stadi di calcio: se in questi luoghi utilizzassimo un’altra modalità emozionale, quella capace di bene comune, loro resterebbero senza emozioni da fruire. Per ritrovarle, anche loro dovrebbero assecondare la modalità etica delle emozioni. Le loro mogli comprano dove comprano le nostre mogli, i loro figli frequentano gli stessi cinema dei nostri figli: se non si riconosceranno più nello sguardo delle loro donne e dei loro bambini, la legge che governa il loro sentire necessariamente si modificherà.

Se dimostriamo che le emozioni non si comprano con i soldi, ma che si acquisiscono con la consapevolezza, tramite la coesione sociale e l’agire per il bene comune, i criminali e i corrotti non avranno da trasformare in emozioni i soldi ottenuti con il crimine. Se dimostrassimo che, per emozionarsi, non basta domandarsi “mi piace?”, come intrappolati in un perenne facebook, ma che è necessario chiedersi “serve al cambiamento, all’azione capace di bene comune?”, la componente patologica della nostra collettività tenderebbe verso l’estinzione naturale.  

Questo è un processo culturale autentico, originario: esercitare una capacità a selezionare le proprie emozioni. Esserne coautore anche quando quelle promanano da altri individui.

Grazie a un responsabile approccio con le emozioni, è possibile esercitarsi a un mondo vagliato in prima persona e a una cittadinanza non delegata.   Questo è il cambiamento dal basso: il popolo che si mette in discussione, nelle sue abitudini quotidiane, nelle sue emozioni. Di conseguenza, gli intellettuali, gli amministratori pubblici, ma anche i criminali, gli arrivisti, i corrotti, in quanto, nel quotidiano, fruiscono delle stesse nostre emozioni (nel mangiare, nel viaggiare, negli affetti…), si adeguano al nuovo sentire comune.

Tutto questo è possibile perché il mondo, più che nelle grandi riforme svolte da altri, si evolve nelle sue emozioni quotidiane.

Published in: on 12 settembre 2010 at 14:41  Lascia un commento  
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Emozioni intenzionali e trasformazione

Emozioni intenzionali e trasformazione
di Alessio Masone – 2 agosto 2010

Come sottolineato da Schopenhauer (Metafisica dell’amore sessuale), dietro gli egoismi e le intemperanze passionali, si celano gli interessi della specie.

L’innamoramento durerebbe circa 18 mesi: il tempo necessario alla fecondazione della donna e allo svezzamento del cucciolo d’uomo. Poi, in una società primordiale in cui l’unico mezzo di comunicazione e di evoluzione era la trasmissione del DNA, il maschio dovrebbe portare, quanto prima, le sue attenzioni (e il suo patrimonio genetico) ad altre femmine.

Ma, quando la comunità umana si evolve, diventa necessaria, per tutelare l’ordine sociale, l’istituzione del matrimonio. Agganciare due individui in un percorso egoistico a favore dell’unità familiare, comporta la sopravvivenza della società (il clan, la tribù, la stirpe), se si consente alla coppia di sopravvivere all’esaurirsi dell’innamoramento biologico.

Ogni cultura del mondo, per tutelarsi, conosce il rito del matrimonio: ma, per creare coesione in un gruppo, produce esclusione verso l’esterno. In pratica, come avviene per le tifoserie del calcio, aggregando le persone di una fazione, implicitamente si crea ostilità nei confronti delle altre tifoserie.

A questo punto, è plausibile che l’individuo, soprattutto se ha esaurito le motivazioni per tutelare il suo obiettivo di coppia (ad esempio, i figli sono cresciuti, la casa dei suoi sogni è completa), voglia tornare ad assaporare l’emozione che consente di essere in comunione  con l’assoluto, come prima di nascere: essere senza orgoglio, senza barriere con quell’estraneo che, grazie al flusso della biologia, si fenomenizza comodamente in una persona dell’altro sesso.

Peccato che, una volta esaurita l’emozione biologica (quella dei 18 mesi), si torni al punto di partenza: cercare nevroticamente nuovi partner o consolidare la relazione tornando ad operare esclusione verso l’esterno della coppia?

Qualcuno, stanco di essere usato, decide di tirarsi fuori da questo gioco che è umiliante per una libera volontà dell’uomo. Ma, si è sicuri di essere comunque capaci di volontà personale, nel resto della vita, se non si è risolti in quella affettiva?

D’altra parte, possiamo osservare che, parallelamente al percorso evolutivo della biologia (a favore della specie), è presente il mirabile percorso culturale dell’uomo che tende a mitigare le ingiustizie della biologia che avvengono a danno dei singoli individui e a favore della specie.

Ebbene, se la biologia usa l’incontro con l’altro a favore di una trasformazione biologica (i figli e l’evoluzione biologica, in genere), i processi culturali dovrebbero usare l’incontro con l’altro a favore di una trasformazione interiore capace di giustizia individuale e universale.

Utilizzare l’emozionalità presente in natura, per contrastare l’ingiustizia biologica, è un percorso superiore a quello di coppia.
Insomma, usare consapevolmente le emozioni, nell’amicizia e nell’amore, significa realizzare emozioni intenzionali che scavalcano la biologia e il ruolo delle parti.

Se il mondo non è cambiato solo biologicamente, ma anche in termini di giustizia, è merito di quei fortunati che hanno usato impropriamente le spinte biologiche: il preferire amicizie e amori, che servono a un ideale, a un progetto superiore a quello di branco e di coppia, è un ribellarsi alla biologia e alle sue ingiustizie.

Quei fortunati sorridono quando i loro simili godono e soffrono per quelle passioni amorose e amicali che, figlie del tempo, non appartengono a loro: quegli individui sono solo i veicoli temporanei di una volontà generale biologica.

Se abbiamo avuto l’opportunità di nascere, è nostro dovere esercitare la volontà personale per trasformare il mondo e non per subirlo restandone complici.
Il mondo altro, quello assoluto, esiste solo se sognato e quindi trasformando quello relativo: il mondo relativo è strumentale all’esistenza del mondo assoluto. La sofferenza e l’ingiustizia hanno senso di esistere se servono a sognare un altro mondo.

Quando frequentiamo gli altri individui, noi diventiamo i loro sogni e quegli individui diventano i nostri sogni.

Con le emozioni intenzionali e non con le emozioni biologiche, trasformiamo il mondo, senza rivoluzioni, ma semplicemente scegliendo quali sogni frequentare.

L’evoluzione dell’umanità risiede nello sguardo differente della donna

(Per dire che, nella gestione della cosa pubblica, non abbiamo bisogno di quote rosa, ma di persone che, come le donne, non vorrebbero essere lì.)

L’evoluzione dell’umanità risiede nello sguardo differente della donna

L’umanità si è evoluta quando le donne hanno iniziato a preferire, all’uomo più capace nel fisico, quello più capace nell’intelligenza e così via.

La donna, con il suo minimalismo quotidiano, mai pubblico, ha guardato sempre con disimpegno la competitività maschile: se, nei secoli, la violenza e le ingiustizie sono diminuite, è stato grazie allo sguardo femminile che si posa sull’uomo.

Ogni rivoluzione, con cui l’uomo ha spodestato repentinamente un potere basato sull’ingiustizia, col tempo, è stata sostituita da un nuovo potere basato sull’ingiustizia.

La donna ha sempre vissuto di quotidiano perché ha sempre saputo che le grandi teorie, le grandi rivoluzioni, i grandi successi vengono sostituiti ciclicamente da altri: in realtà, il mondo si evolve nelle emozioni quotidiane. 

A prescindere dalle rivoluzioni moderne e dalle leggi sempre più specialistiche, il mondo rigenera la sua violenza: fino a quando esisteranno donne che amano camorristi e corrotti, competitivi e arrivisti, questi esisteranno nonostante qualsiasi legge giuridica e morale.

Lo sguardo primordiale della donna li autorizza ad esistere: la legge della donna è originaria e prevale su tutte.

Quando la complessità ha velocizzato gli accadimenti, la donna, da una parte, ha continuato a selezionare il maschio con il paradigma emozionale della biologia,  invece di velocizzare la modulazione delle sue emozioni a favore dell’uomo che si adegua al sentire femminile, dall’altra parte, ha preferito assimilarsi all’uomo.

Ha scambiato l’indipendenza dall’uomo con il rivestire lo stesso ruolo dell’uomo.

La donna, aspirando a essere entrambi i sessi, ha rinunciato alla sua identità di selezionatrice di emozioni e, quindi, di indirizzo per l’uomo. Il maestro, arresosi, ha deciso di omologarsi agli allievi.

Le donne, che sono tornate capaci di condizionare il mondo occidentale (maschile), sono quelle che, avendo abbandonata la ricerca generica di una parità con l’uomo, hanno scoperto il “pensiero delle differenza femminile”. Qui, la differenza diventa opportunità di confronto e di evoluzione.

Ma, quando anche queste donne, di fronte alle emozioni, restano ancorate a “mi piace”, senza indagarne la motivazione, come faccio a non sospettare che queste donne, invece di essere portatrici di differenza e di biodiversità, di giustizia e di verità, si stiano omologando ai gusti di altre donne e finanche degli uomini?

Se, nell’odierno mondo femminile, è ancora radicato un vagliare il mondo prevalentemente per emozioni, non verificate nelle cause, il sentire femminile viene meno all’ancestrale funzione di cui è portatrice.

La necessità di cambiamento dei nostri tempi, in particolare se dal basso, prevede che il sentire femminile sia la risorsa e la risposta immunitaria per riequilibrare quel modello occidentale che, ormai in crisi, si è sempre fondato sul sentire maschile.

Vado in allarme quando il sentire femminile, fra le ultime speranze per combattere l’omologazione, è in mano a donne che “sentono” che il massimo della ribellione al mondo maschile risieda nel loro trasformarsi in macho: donne alle quali “piace” mostrarsi fiere di attitudini maschili come l’apprezzare la solitudine sentimentale e l’indipendenza, il fare commenti sui bellocci, il parlare di politica e di calcio: tutti argomenti che prescindono da quelle emozioni che cambiano il mondo.

Sottovalutando il potere della differenza, rinunciando al confronto con l’uomo e alla possibilità di condizionarlo, alle donne “piace” diventare emozionalmente come l’uomo.

Le donne, se non intendono definitivamente rinunciare all’opportunità di salvezza, personale, del loro genere e del mondo, si sforzino a lavorare sulle loro emozioni, quelle che fanno la differenza.

Non credano le donne che, scegliendo autonomamente dall’uomo, siano esenti dall’interdipendenza che grava sulle loro scelte, in termini di ricadute sul mondo: siamo tutti interconessi, anche qui, non solo altrove, in teoria.

Alessio Masone

N.B. Nell’esporre questa visione, ritengo di ringraziare l’esistenza di Art’Empori e di alcune donne: Rita Bagnoli che ci ha consentito di familiarizzare con il “pensiero della differenza femminile”; Pina Fontanella che è il prototipo di donna che modula la sua emozionalità in base a criteri di giustizia; Tullia Bartolini per il suo percorso di giustizia e di verità.

Emozioni che impediscono l’azione

Emozioni che impediscono l’azione

Donne emozionate dall’uomo di una canzone lontana,
dalla poesia dei ricordi,
da una scrittura che seduce per non fare.

Donne in rivolta contro l’uomo presente,
alla ricerca di un’indipendenza, di una mascolinità che sfugge.

In mezzo, passa una vita che non vogliono sentire,
perché le canzoni sono troppo vicine,
le poesie sono quelle che avvengono ora,
i fatti sono la scrittura cocente,

l’indipendenza è scoprire che la mascolinità è l’altra metà di loro,
quell’uomo che dipende dalle loro emozioni.

Alessio Masone

Published in: on 17 giugno 2010 at 17:50  Lascia un commento  
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La limitazione alle intercettazioni contribuisce a un cambiamento dal basso

La limitazione alle intercettazioni contribuisce a un cambiamento dal basso
di Alessio Masone

La limitazione all’utilizzo delle intercettazioni, voluta dal governo, a prima vista, ci appare a danno della popolazione. Riflettendo, con un ridotto utilizzo delle intercettazioni, gli italiani, per avere idea di chi colpevolizzare della mala gestione dei beni comuni, non potranno più affidarsi ai singoli casi d’impulso della magistratura.

La popolazione, non potendo intraprendere una caccia alle streghe, a carico di singole persone, dovrà mettere in discussione complessivamente il sistema.

In mancanza di singoli nomi da colpevolizzare, la popolazione non potrà più delegare, ai mass media e alla magistratura, l’individuazione degli obiettivi su cui dirigere il proprio sentimento di rabbia: la popolazione, obbligata a sospettare di chiunque faccia parte del sistema, dovrà imparare a esercitare, in prima persona, il dissenso al sistema di cui è parte e, quindi, anche a mettere in discussione sé stessa.

Cosa risolve il “linciare” un certo Scialoia (o Scagliola o Scarola) che, nel suo ruolo di esponente politico, potrebbe essere reo di concussione, se il sistema politico, nel suo insieme, è collassato?

Ogni volta che fallisce un sistema, questo, per non mettersi in discussione, promuove nella popolazione una morbosa ricerca del capro espiatorio, dell’untore, della strega da colpevolizzare.

La sopravvivenza di ogni sistema complesso pretende le sue vittime: la biologia si fa strada grazie alla malattia e alla morte che aggrediscono gli esemplari più deboli. Il sacrificare alcuni membri del sistema realizza una selezione naturale utile a fortificare quel sistema.

Il “mercato del lavoro criminale”, secondo gli studiosi, è un sistema in cui ogni individuo che viene espulso, per volontà della magistratura o per cause naturali, produce un’opportunità per altri individui, più giovani e più evoluti, che premono per entrare in quel mercato di lavoro.

La stessa “Tangentopoli” è una dimostrazione di questa regola: ha prodotto un terremoto a danno di singole e sfortunate persone, ma il sistema ne è risultato rinvigorito da nuove forze, ancora più prestanti nel settore della corruzione e della concussione.

La società civile, quando viene individuato l’autore di un reato, non avrebbe niente da gongolarsi. Ogni volta che viene all’evidenza che un membro della popolazione, quindi, uno di noi, ha commesso un reato, di fatto, viene alla ribalta un nostro insuccesso perché quell’evenienza è sintomo che il sistema di cui siamo parte e, quindi, coautori, ha fallito: invece di gioire, dovremmo metterci in discussione, nel nostro interfacciarci con l’altro e nei nostri stili di vita.

Burocrati e idealisti: amici e compagni di percorso

Mentre in alcuni luoghi le persone sono divise in burocrati e idealisti, in cattivi e buoni, altrove, dove si parla di complessità, si considera che ogni individuo contiene in sé, contestualmente, le polarità di idealista e di burocrate, di vittima e di carnefice.
 
Se burocrate è l’individuo esecutore di una legge ereditata a scapito di un suo simile, ognuno di noi, quando è parte del sistema, diventa esecutore di un disagio a scapito dei suoi simili.
 
Idealista è, non un’estremista o un disadattato, ma l’individuo che vuole cambiare le regole del mondo affinché queste non siano a scapito dei suoi simili. Se la nostra evoluzione non è ferma allo stadio animale, dobbiamo ringraziare la componente idealistica dell’uomo.
 
Se volessimo sforzarci a considerare che la vita reale non è quella percepita, ma quella modificata da noi, quella che porta le nostre tracce anche quando non ci saremo più, la fase da burocrate (immobilista) di noi risulterebbe essere un’illusione di vita, mentre la fase idealistica (trasformatrice) costituirebbe la realtà della vita.
 
Qualcuno potrebbe chiedersi come ci si rende conto se siamo nella fase da burocrate o in quella idealistica.
In senso ampio, siamo burocrati, quando siamo complici dello status quo: ciò avviene quando assecondiamo una nostra emozione che rappresenta una salvezza personale e non una salvezza collettiva.
Ognuno di noi, assecondando le esigenze individualistiche, partecipa al contesto collettivo in cui siamo tutti vittime e carnefici.
 
Quando diciamo “mi piace” quell’oggetto o quella persona, siamo noi a decidere o siamo gli esecutori di una serie di regole che subiamo e che contribuiamo a far subire al resto della collettività?
 
Ogni volta che decidiamo chi vogliamo come amico, stiamo applicando delle regole che favoriscono alcuni individui e che sfavoriscono altri.
Ogni volta che scegliamo un amico, forse, lo stiamo preferendo perché quella persona, trasferendoci un senso di adeguatezza, da complice, ci consente di non metterci in discussione e quindi di non trasformarci.
Già nello scegliere un’amicizia, invece che un’altra, possiamo abusare di un potere discrezionale dirigendolo a favore di una salvezza singola e a scapito della salvezza collettiva. Poi, da qui, mancando l’ethos comunitario, il passo, dall’amicizia al familismo amorale, è breve. 
 
In nome del rassicurante e nobile concetto dell’amicizia, quanta ingiustizia è stata diffusa nel mondo!
 
Personalmente, agevolato dalla mia scarsa empatia, negli anni, ho sempre più indirizzato la mia emozionalità verso gli individui con cui condivido un progetto collettivo, appunto, un ideale: compagni di percorso nell’associazionismo o, semplicemente, nel condividere lo stesso territorio.
 
L’emozionalità con l’altro, se agganciata a un percorso collettivo, garantisce la strutturalità e la continuità nell’essere, non parte singola di un meccanismo collettivo subito, ma parte attiva e complessiva di un meccanismo trasformativo.
 
A differenza dell’amicizia, i compagni di percorso collettivo, per effetto collaterale della loro strutturalità, non si possono utilizzare, a piacimento, come complici di un beneficio personale, di una salvezza singola, come fossero un libro da aprire e chiudere a propria discrezione.
 
alessio masone
Published in: on 3 giugno 2010 at 20:09  Lascia un commento  

Turbamenti Beneventani

Le emozioni sono segnali. La vita è altro.
Sono sintomi delle energie, ma non sono le nostre energie.
 
Le emozioni indirizzano il nostro agire.
Sono come i segnali che indicano le città, non sono le città.
Sono le insegne di un negozio. A volte, il negozio non c’è più, ma l’insegna è ancora lì, fuori tempo.
 
Provenendo dalla nostra biologia, dai nostri avi, dai nostri maestri, dai nostri ieri, noi, ogni giorno, ci emancipiamo, ma inutilmente, se poi diamo credito alle emozioni fuori tempo.
 
 
Le emozioni sono individuali, anche quando collettive, allo stadio, ai concerti:
non ne siamo autori, ma, consumandosi dentro di noi, ci costringono, umiliati dal bisogno, a cercare, in massa, salvezze individuali.
 
Le azioni partono da noi, ma, realizzandosi fuori di noi, con queste ci riuniamo alla vita, all’incrocio di tutti, dove tutti partecipiamo, da autori dell’energia universale, alla trasformazione del mondo. 
 
Lì, possiamo sentire il mondo: quando, invece di subire le emozioni che ci spingono a cercare, omologandoci, soluzioni individuali, addomestichiamo le emozioni per tentare, trasformandoci, soluzioni collettive.
 
Alessio Masone
 
20 maggio 2010
Published in: on 22 maggio 2010 at 03:23  Lascia un commento  

Appello all’editoria e all’informazione locali

La nostra città deve essere riconoscente all’amministratore dell’EPT di Benevento per aver organizzato la “Fiera dell’editoria e dell’informazione locale”. Con esigui fondi, ma con molto pragmatismo, l’amministratore Giovanni La Motta abilmente ha concretizzato un ottimo risultato.
 
D’altra parte, ritengo che questa manifestazione, se fosse stata organizzata tramite l’assessorato alla cultura del Comune di Benevento, avrebbe avuto interesse a incentivare, anche, una promozione sociale e un’emancipazione da una società arenata al XX secolo, due elementi fondativi di una coerente attività culturale.
 
Certo, l’Ente Provinciale per il Turismo ha, istituzionalmente, competenze ed obiettivi tesi prioritariamente a produrre visibilità a un comparto, utilizzandolo, al contempo, come pretesto attrattivo.
 
Al contrario, l’organizzazione di un evento collegato al libro e all’informazione, inevitabilmente, si interseca con una complessità di argomenti: la funzione dell’editoria e del giornalismo, con riferimento al contesto locale,  nella crisi della cultura, nell’emergenza informativa, nell’omologazione del linguaggio e dei gusti, nella scarsa coesione sociale, nella perdita progressiva delle identità territoriali. Visto che la fiera si realizza nel capoluogo di una piccola provincia a prevalenza rurale, inoltre, l’evento avrebbe meritato di essere caratterizzato da quell’approccio alla sostenibilità di cui la nostra realtà territoriale  si avvantaggia nei processi produttivi e sociali.
 
Per tutto questo, mi appello alle testate giornalistiche e agli editori beneventani affinché il prossimo appuntamento della fiera sia portatore di valenze proporzionate ai cambiamenti in corso nel XXI secolo. Gli editori e i giornali non possono essere fruitori neutri di un’iniziativa a valenza pubblica; non possono essere aggregati da un ente che ha vocazioni ben diverse da quelle che accomunano gli editori ai giornali. 
 
Non pretendo che la mia visione sia migliore delle vostre, ma è dovere di tutti noi confrontarci sulle nostre visioni con una ricaduta comunitaria: questo è un processo culturale. Una fiera dell’editoria e dell’informazione non può consistere in una semplice fotografia dello status quo dell’editoria locale e nel consentire agli editori di organizzare convegni celebrativi, prevalentemente, dei propri libri. In una visione che vada oltre le spinte personalistiche, non si può trattare di editoria locale senza evidenziare, al lettore di oggi, le esperienze editoriali che, a Benevento, nel secondo novecento, hanno tracciato la strada per un’editoria progettuale e identitaria: le edizioni di don Ciccio Romano (Secolo Nuovo e Il filo rosso) e le edizioni di Gennaro Ricolo.
 
Durante una riunione organizzativa della fiera, proposi, per una caratterizzazione costruttiva dell’evento, un dibattito per costituire un “Osservatorio sul giornalismo locale responsabile”: biodiversità dell’informazione, indipendenza dall’establishment politico ed economico, apertura all’associazionismo e alla società civile. Ebbene, in quella riunione monocorde, non vi fu un commento, a favore o contro.
 
Il 23 aprile, mentre la fiera prendeva il via, altrove, si inaugurava “I colori del cinema”, rassegna della biodivesità e della coesione sociale che, per la prima volta, mette in circuito le associazioni ecosolidali con alcune testate giornalistiche e con le librerie indipendenti. Una fusione culturale che contamina di nuove visioni la nostra comunità territoriale.
 
Per ora, a nome di numerose associazioni ambientaliste e culturali, ringrazio le testate giornalistiche Bmagazine e Sanniopress  che, dando credibilità ai fermenti provenienti dall’associazionismo e dalla società civile, stanno gettando le basi per quel percorso di trasformazione dell’informazione  sempre più indispensabile per affrontare  i cambiamenti sociali, economici ed ambientali in corso.
 
Alessio Masone
Cofondatore di Art’Empori – bMagazine – Comunità dell’arte biodiversa
Cofondatore della Rete Arcobaleno – Associazioni per un’economia ecosolidale
 
Benevento, 29 aprile 2010
 
 
Published in: on 29 aprile 2010 at 02:43  Lascia un commento  
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Quando asini e clown presero il posto degli eroi: la “Marcia per il territorio” contro la centrale di Ponte Valentino (BN)

Quando asini e clown presero il posto degli eroi: la “Marcia per il territorio” contro la centrale di Ponte Valentino (BN)

Un nostro concittadino, su un blog, ha scritto, con soddisfazione masochistica, che, alla “Marcia per il territorio contro la centrale di Ponte Valentino”, realizzata l’8 dicembre 2009, compresi gli asini e i clown, fosse presente un esiguo numero di partecipanti.

La manifestazione (marcia e raccolta firme) era di opposizione all’insediamento di una centrale termoelettrica che produrrebbe 400 megawatt a beneficio del deficit energetico regionale, ma che pregiudicherebbe un territorio, quello sannita, che assorbe solo il 5% del fabbisogno energetico campano.

Se i beneventani accorrono a frotte, solo quando ci si schiera pro o contro Berlusconi o quando si voglia godere dell’ennesimo cinepanettone o quando la città ospita artisti e scrittori imposti dai media nazionali, non è un’evenienza a demerito della manifestazione contro la centrale, ma una manchevolezza a disonore di una popolazione troppo impegnata in cose lontane dalle proprie esigenze primarie (diritto a un’aria, a un’acqua e a un cibo salubri, diritto del contadino a coltivare la propria terra producendo in sicurezza alimentare).

Quelli che combattono per tutelare la salubrità del territorio (la centrale, matematicamente, procurerebbe un incremento dell’incidenza delle malattie tumorali) e la vocazione rurale del Sannio (il 45% delle imprese sannite sono aziende agricole) sono un esiguo numero di individui, come erano solo una piccola minoranza della popolazione quelli che, durante il nazismo, presero posizione, in Germania, contro lo sterminio degli ebrei, come erano in pochi quei partigiani che, a rischio della propria vita, si opposero al nazifascismo.

Qui, da noi, con minimi sacrifici, è possibile tutelare il proprio territorio (e quindi sé stessi) da una strategia che, decisa da lontano, dalle convenienze di partiti e di grandi aziende, con la collaborazione, anche omissiva, degli amministratori locali, vuole, nel corso degli anni, minare le nostre risorse primarie, con progetti che nascono d’imperio, uno all’anno, fra discariche regionali, centrali elettriche, piattaforme logistiche, megaparcheggi, privatizzazione dell’acqua. Eppure, la nostra popolazione è incapace di prendere posizione perché, ormai, questa vive, come in un perpetuo “Grande fratello”, anche quando crede di opporsi all’omonima trasmissione televisiva, frequentando teatri e musei.

La condizione di cittadinanza nasce dalla relazione con un territorio specifico: se non siamo capaci di avere un rapporto consapevole con esso, come possiamo essere cittadini italiani che abbiano da esprimere sulla società e sulla politica nazionali?
Se non abbiamo coscienza del legame con la terra più vicina a noi, cosa possiamo individuare, nei nostri viaggi, in terre lontane da noi?
Se abbiamo perso l’esercizio a godere dei colori, degli odori e dei suoni della nostra terra, cosa possiamo fruire da pittori, poeti e musicisti?

Dove sono quegli uomini colti che, durante la fruizione di un libro o di un film sulla shoah, si dimostrano contro il male gratuito, ma solo con il senno di poi, quando i danni sono ormai irreparabili, quando tutto è acclarato?

Verranno fuori quegli intellettuali, anche questa volta, col senno di poi, quando tutto sarà irreparabile, quando anche le persone più insipienti avranno coscienza della distruzione dei beni primari di un popolazione?

Se la manifestazione contro la centrale era connotata dalla presenza di clown e di asini, gli individui e gli animali più miti e più umili, forse, è già troppo tardi, già tutto è acclarato: televisioni e giornali hanno reso la popolazione locale incapace, più di clown e di asini, nel prendere posizione?

Alessio Masone
per il “Coordinamento delle associazione e dei comitati contro la centrale di Ponte Valentino”

Benevento, 7 gennaio 2010

Per visionare le foto della “Marcia per il territorio”, clicca su:
Quando asini e clown presero il posto degli eroi: la marcia contro la centrale di Ponte Valentino

L’era di FB vuole che si deleghi anche la comunicazione.

L’era di FB vuole che si deleghi anche la comunicazione.
Libertà di scegliere, nell’ambito di opzioni precostituite da altri, è libertà?

di Alessio Masone – 29.11.09 (apparso su Bmagazine-Art’Empori di dicembre ’09)

 E’ comodo far scegliere alle televisioni e ai giornali nazionali le informazioni che vogliamo apprendere.
E’ comodo far scegliere ai critici, alle accademie e ai giornali gli artisti che gradiamo leggere, ammirare e ascoltare.
E’ comodo far scegliere alle catene di supermercati e alle catene di franchising i prodotti che ci servono.
E’ comodo eleggere i nostri rappresentanti nelle istituzioni, come nostra attività di impegno civico.
E’ comodo ascoltare o leggere Saviano, come nostra attività di contrasto alla corruzione e la criminalità organizzata.

Ma solo lo scegliere in prima persona trasforma il mondo.
Ascoltando, alla TV, Saviano, ci emozioniamo, urliamo dentro di noi, ma, poi, nella nostra vita, quella che facciamo con le azioni, non quella che ascoltiamo o leggiamo, siamo rimasti uguali. A cosa serve che ci sia un solo Saviano che agisce, quando parla, se noi, compatti, restiamo, di fatto, immobili negli stili di vita? Abbiamo lasciato da solo Saviano e, se un giorno lo assassineranno, noi, sebbene complici, grideremo allo scandalo. Ma Saviano non corre questo rischio: i suoi nemici sanno bene che il suo parlare, in fin dei conti, non trasforma il mondo. Tutto resta identico a prima, grazie a noi. (altro…)

La bellezza del bene comune, in risposta a Parliamone

 La bellezza del bene comune, in risposta a Parliamone

12 dicembre 2009 – di Alessio Masone

Avevo scritto con cuore aperto e trasparente, partendo dal particolare (Parliamone) per parlare del generale (l’associazionismo).
Avevo approfittato per parlare di cambiamento dal basso che, sebbene di moda, è un concetto conosciuto solo tramite i luoghi comuni. Penso di avere l’esperienza e il diritto di confrontarmi sull’argomento, senza timore di essere accusato di pretenderne l’esclusiva, come temerariamente afferma Jean Pierre el Kozeh.

Avevo scritto sponsorizzando un’osmosi tra l’associazionismo, in generale, e un politico illuminato (Nazzareno Orlando) che, senza alcuni chiarimenti costruttivi, non potrebbe realizzarsi. E invece, per insicurezza, in risposta, ho ricevuto solo vacua ostilità: ai miei meditati contenuti non si è risposto con costruttive riflessioni ma, con elusiva retorica, tramite domande e accuse. Parliamone vuole promuovere il confronto, ma, quando ciò le riguarda da vicino, il confronto non è più bene accetto.

Questa alzata di scudi, da parte di due esponenti culturali di destra che non vivono il territorio, ma la capitale d’Italia, è dannosa per la credibilità di Parliamone, associazione che vuole dichiararsi apolitica e per le attività dal basso. Ancora di più dannosa, quando l’intervento è firmato da chi, negli anni dell’assessorato di Orlando, gestiva buona parte delle attività culturali promosse dal Comune di Benevento: con fare controproducente, ha riacceso gli animi e le lamentele di tutti quegli artisti e di quei musicisti che non erano graditi da El Kozeh.

El Kozeh, lamentando che le associazioni, nelle loro censure, non sono entrate nel merito delle attività organizzate da Parliamone, non ha considerato che, per tatto e per rispetto della biodiversità delle proposte, noi non abbiamo voluto giudicare le singole attività, ma solo l’impostazione. Comunque, se sollecitati a esprimerci, dobbiamo dire che le attività di Parliamone, almeno quelle che conosciamo, sono generiche adesioni a iniziative promosse da altri, a livello mondiale (La giornata della lentezza, 100 piazze per il clima), oppure generiche attività per rilevare i disagi della popolazione locale, senza utilizzare una specifica visione per decodificare la società in cambiamento (piattaforma logica). Preferendo i processi culturali orizzontali, diffido delle iniziative che, calate identicamente su tutto il pianeta, sono incentivatrici, al di là dell’obiettivo, di un paradigma omologante e spersonalizzante.
(altro…)

I ruoli dell’associazionismo e della politica: Parliamone

I ruoli della politica e dell’associazionismo: Parliamone

4 dicembre 2009 – di Alessio Masone *

La crisi delle ideologie e della democrazia rappresentativa, in corso nel XXI secolo, agevolerà, nella gestione dei beni comuni, un coinvolgimento dei cittadini, ormai attori politici, in qualità di consumatori critici, di associazioni per uno sviluppo sostenibile, di movimenti per la difesa del territorio e degli esclusi sociali. Stante la crisi dei sistemi di scala, in ambito economico, politico, sociale e ambientale, il modello verticistico, tipico dei partiti e delle grandi aziende, dovrà lasciare il passo a un modello orizzontale che, grazie a un cambiamento dal basso, potrà dare risposte alle emergenze sociali, occupazionali e di salubrità pubblica.

Ne consegue che alcuni uomini politici, quelli più capaci di contaminazione, vogliano intercettare le energie generate da una trasformazione sociale, sempre più incalzante: Nardone, con Futuridea, Orlando, con Parliamone, e Medici, con Palazzo di città, ne sono, solo, alcuni esempi.

Di per sé, il gesto, degli esponenti politici che familiarizzano con l’associazionismo, sembra avallare, velocizzandola, l’evoluzione sociale prevista. Ma, al di là della buona fede, in concreto, questo gesto tende a inficiare la portata rivoluzionaria del cambiamento dal basso.
Nell’attendere un processo di democratizzazione estrema della gestione pubblica, ci ritroveremmo esponenti politici capaci di controllare anche il mondo dell’associazionismo, come se, in parlamento, il presidente del partito di maggioranza, fosse anche il leader del partito di opposizione. 
(altro…)

L’informazione, dalla carta stampata al web, come liberazione dell’intellettuale

L’informazione, dalla carta stampata al web, come liberazione dell’intellettuale
di Alessio Masone (pubblicato su Sanniopress – 24 novembre 2009)
 

Il mondo giornalistico finge di ignorare che il motivo, alla base di uno spostamento di attenzione, dalla carta stampata al web, risieda nel fatto che il XXI secolo necessita, nell’agire sociale, di un coinvolgimento attivo della popolazione.
Si diffonderanno, sempre più, negli anni, tutti quegli strumenti che consentono una veicolazione orizzontale delle informazioni: blog, liste di discussione…

Quindi non è in gioco, semplicemente, una preferenza dell’utilizzo del mezzo mediatico, tra quello cartaceo e quello telematico. E’ in discussione quel giornalismo che si ispira a un fare informazione, calato dall’alto, tipico delle grandi testate nazionali, dei professori che pontificano, che è stato, di fatto, custode di un arido status quo, invece che il pungolo verso quel cambiamento necessario ad affrontare le problematiche attuali, quali la crisi delle ideologie e le emergenze democratiche, occupazionali, ambientali e sociali. 

Il XXI secolo, anche grazie al web, mette in discussione quella nomenklatura giornalistica che, con il suo insostenibile verticismo culturale, è complice, anche quando, a parole, lo condanna, di quel modello di sviluppo che, ormai superato, si basa sui sistemi di scala. Quel modello che consente al sistema politico, di destra e di sinistra, di saccheggiare i territori (a danno della salubrità pubblica e dell’economia locale) per fare affari con le grandi aziende, al fine di sostenere partiti e personaggi che, altrimenti, sarebbero già caduti nella pattumiera della storia che supera. (altro…)

Cerco sempre l’affondo: il verticismo delle emozioni

Aldo Montano, fiorettista, consiglia: “Cerco sempre l’affondo, ma mai sul pedale”.

Questo è il motto della campagna di comunicazione “Sulla buona strada” promossa del governo italiano.

Paradossalmente, da una parte, a parole, la campagna “dice” ai giovani di non correre in auto, dall’altra, utilizzando, come testimonial, un asso sportivo, “comunica” di fatto che, chi vuole considerazione, deve risultare competitivo e performante nella vita e, quindi, anche in auto!

Questa contraddizione è sintomo incontrovertibile che i governanti e i loro consiglieri non possiedono gli strumenti per affrontare un nuovo modello culturale che sia capace di produrre una popolazione coesa e felice (quindi, non autolesionista in auto…) e al contempo, nuova occupazione, una reale tutela ambientale e una giustizia sociale.

Abbiamo imparato che i prodotti locali, che non sono promossi da testimonial di visibilità nazionale e internazionale, sono portatori di una ricaduta benefica complessa: maggiore sicurezza alimentare, nuove occasioni occupazionali, giustizia sociale (maggiore retribuzione ai piccoli produttori, invece che ai capitalisti azionisti della grande distribuzione), coesione sociale (maggiore relazione tra produttori e consumatori, attori dello stesso territorio), tutela ambientale (meno inquinamento e meno infortuni stradali causati dal trasporto di merci lontane). (altro…)

Published in: on 14 luglio 2009 at 22:59  Lascia un commento  
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Crollo del centralismo ideologico: identità locale e informazione orizzontale come modello per il XXI secolo

di Alessio Masone e Tullia Bartolini

 Negli anni sessanta e settanta, il mondo delle università costituiva l’epicentro dei fermenti culturali e innovativi della nostra società. Al contrario, in questo inizio di secolo, di fronte alle emergenze recessive, occupazionali, ambientali e democratiche, le sedi universitarie non sono luoghi di confronto capaci di imprimere alla società una svolta risolutiva.

Questo stesso limite è da attribuire anche ad altre figure, quali l’intellettuale, il politico e il giornalista: tutte accomunate dal non possedere gli strumenti per analizzare ed affrontare il cambiamento sociale in corso. 

Tra le tante ragioni di questa incapacità, c’è sicuramente il vuoto delle ideologie che si è formalizzato con il crollo del Muro di Berlino. Ma, a ben vedere, le figure in crisi sono accumunate anche da un’identica strategia operativa: il centralismo e il verticismo, tipici della concentrazione della produzione di beni. Essi hanno strutturato, fino ad oggi, anche la modalità di circolazione dei valori e delle esperienze nel mondo della cultura e della politica.

Probabilmente, unitamente all’incapacità reattiva delle grandi imprese di fronte al declino di quel modello di sviluppo che proliferava centralizzando la produzione e le popolazioni in grandi agglomerati urbani, anche tutti i luoghi deputati all’analisi di una società in cambiamento (come le università, i giornali, il parlamento, i partiti, tutti strutturati verticisticamente) non sono più in grado di dare risposte. (altro…)

Published in: on 6 giugno 2009 at 23:49  Lascia un commento  

Aree Verdi Relazionali

Comunicato stampa

La Rete Arcobaleno plaude alla realizzazione del “Regolamento del verde” e suggerisce le “Aree Verdi Relazionali”.

di Alessio Masone – Benevento, 27 marzo 2009

Ringraziando la fattiva opera degli assessori Castiello e D’Aronzo nel dotare la città di Benevento di un utile strumento, qual è il “Regolamento del Verde pubblico e privato”, la Rete Arcobaleno rilancia suggerendo all’assessorato all’Ambiente ulteriori obiettivi da perseguire: le “Aree Verdi Relazionali”.

La Rete Arcobaleno sollecita, infatti, gli amministratori a realizzare spazi verdi che non rappresentino, semplicemente, arredo da ammirare, ma che, coinvolgendo i residenti, come attori del verde, concretizzino luoghi di aggregazione per i cittadini.

Benevento non è riconoscibile per i giardini, ma per i tantissimi orti che affollano le campagne circostanti. Per notarli, non occorre andare lontano: sono nella città, sono vere aree urbane che dialogano con il tessuto urbano. L’azione da intraprendere dovrebbe riguardare il recupero degli orti incolti (vuoti urbani) per realizzare un nuovo modello di spazio pubblico, una tipologia di orto-giardino capace di rimandare agli antichi orti urbani della città.

Per raggiungere questo obiettivo, la Rete Arcobaleno propone che siano realizzati, nel centro urbano, gli orti urbani, gli orti scolastici e i “Cortili verdi rionali” e, nelle contrade, gli “OrtoVillaggi”. (altro…)

La Rete Arcobaleno sul PUC di Benevento

La Rete Arcobaleno a proposito del PUC e del Piano Strategico PIU Europa
di Alessio Masone – Benevento, 20 marzo 2009   

Una posizione a tutela dei luoghi beneventani dal rischio di essere inglobati nell’area metropolitana, a causa di maggiori collegamenti con Napoli, e dal rischio che sia stravolta la vocazione rurale, ambientale e turistica del territorio, a causa di una piattaforma logistica.

1) Tutela della qualità di vita quotidiana come attrattore di flussi turistici dalla fascia costiera campana. 

Tra le altre trasformazioni sociali in corso, è rilevante che il turismo delle zone interne della Campania è in espansione, mentre è in decrescita la capacità attrattiva della fascia costiera.

Il dato emergente deriva da un bisogno, sempre più diffuso nella popolazione, di raggiungere, non solo i siti di notevole rilevanza artistico/archeologica, ma anche i luoghi dalle connotazioni minimali, ma identitari, che, con la loro qualità di vivibilità quotidiana, consentono al visitatore l’opportunità di permanere per più volte e per periodi più prolungati nei siti delle zone interne. 

Il turista del nuovo secolo sta maturando la necessità di individuare mete che non siano da consumare una tantum, ma che consentano l’opportunità di interagire in modo più continuativo e relazionale con il territorio che li ospita.

Per queste motivazioni, si suggerisce di incentivare quella qualità di vita percepibile, dal cittadino e quindi dal visitatore, nei processi quotidiani di utilizzo della dimensione urbana e rurale del nostro territorio. (altro…)

Era mio padre

Era mio padre
 
Era di poche parole con noi figli, ma con tutti gli altri, che lo chiamavano don Nicola, era pronto alla conversazione, spesso ironica, ma sempre generosa di ottimismo.
Saldo riferimento di una vita, per mia madre, la sua Antonietta, era presente, con i fatti, nella vita di noi figli, Pasquale, Dario, Massimo, come lui mi chiamava, e Maria.
 
Era libraio, ma la sua umanità gli veniva dalle sue radici pietrelcinesi.
  
Quando sorge il sole, sorge per tutti… questo affermava, quando gli animi si facevano coinvolgere da quell’insano spirito d’invidia che stritola il mondo.
Le campagne di Pietrelcina, suo paese natale, gli avevano trasferito la solarità e la passione per il riconciliante mondo vegetale. Lì, fino all’ultimo, nel suo “Campo di bocce”, ha accudito olmi per il mondo, fave per il corpo e violette per la mente.
Non a caso, era uno di quei rari uomini a cui era possibile regalare rose rosse.
 
Non si faceva bastare, come obiettivi di vita, il benessere della propria famiglia e il successo della propria libreria.
Pietrelcina, il paese di Padre Pio, gli aveva trasferito, grazie all’opportunità di un rapporto privilegiato con la comunità conventuale dei frati cappuccini, la cultura associativa.
Negli anni sessanta, sperimenta un consorzio in cui coinvolge i librai di Benevento. 
Negli anni settanta, con alcuni amici, valenti esponenti del mondo scolastico che si riunivano, ritualmente ogni sera, in libreria, fonda una casa editrice che diffonderà le proprie pubblicazioni più in Italia che a Benevento. Nel Sannio, questa era l’unica espressione editoriale che, collegata al circuito nazionale degli editori, consentiva ai propri testi di essere inseriti nei repertori nazionali dei libri editi in Italia.
Non a caso, fino all’ultimo, è sempre stato il presidente provinciale dei librai.
 
Negli anni ottanta, cogliendo la solitudine che attanaglia la fase finale della vita umana, tenta di coinvolgere gli amici nella realizzazione di un parco residenziale per anziani dove, poi, trascorrere quegli anni, invisibili alla società, in compagnia e senza essere di peso ad alcuno.
Poi, alcuni compagni, di questi percorsi in comune, per l’età, vengono a mancare e, con questi, sfumano le motivazioni per insistere.
 
Ma la forza e la determinazione del suo coraggio lo hanno accompagnato fino alla fine.
Poco prima di lasciarci, rivolgendosi al medico, che lo aveva affettuosamente seguito per otto mesi, come un padre, lo rassicura raccogliendo le forze residue per esprimere un sorriso radioso e per dire le sue ultime parole… dottò, tutto a posto!
 
Ma, soprattutto, era mio padre.
 
Massimo Alessio Masone
 
 
 
Benevento, 12 febbraio 2009
 
Condividendo con voi questo ricordo di mio padre, Nicola Masone, scomparso il 4 febbraio, voglio ringraziare tutti quelli che ci sono stati vicini, con la presenza o con le parole.
Published in: on 12 febbraio 2009 at 18:00  Lascia un commento  
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R.B. Riflessioni Beneventane

R.B. Riflessioni Beneventane

I due innamorati si distraggono dal mondo.

Il visitatore della città grande si emoziona,
senza ricambiare.

Se non riflette energia su sé stesso,
il lettore può contaminare tutto il mondo,
abitandolo nello sguardo dell’altro.

Quando non avrà da leggere,
avrà da scrivere.

Alessio Masone – Benevento, 29 gennaio 2009

Published in: on 29 gennaio 2009 at 23:33  Lascia un commento  

Alessio Masone nell’autointervista di Bmagazine

Da mio padre, ho appreso la passione per le piante. Da bambino, lo seguivo a Pietrelcina, suo paese natale, dove, nel nostro orto/giardino/campo di bocce, trascorrevo tutte le domeniche e le vacanze estive. I miei cugini, se volevano incontrarmi, dovevano lasciare la piazza del paese per raggiungermi al “Campo di bocce”.

Lì, ho imparato a riconoscere le simmetrie della natura, ad ammirare la meraviglia quotidiana che esprime il mondo vegetale, a provare appagamento nell’innaffiare, come nutrendole, le piante.
Lì, ho appreso anche il conciliante equilibrio psicofisico che si ottiene nel realizzare lavori manuali: la frescura dell’acqua corrente dopo il sudore dello zappettare, lo scorrere dell’acqua nei solchi dell’orto come un fiume in miniatura che percorre la sua valle, il friggere del mattone immerso nell’acqua per realizzare il muretto di un’aiuola.

Ai tempi del liceo, sul balcone di casa, coltivavo le mie piante e sperimentavo i primi tentativi di compostaggio: quando mia madre notò che io, a fine pranzo, trasferivo nei vasi delle piante i resti della frutta del mio piatto, pensò di fermare la mia mania di “dare da mangiare” alle piante, togliendo, con un pretesto, tutte le piante dal balcone.

A scuola, i miei elaborati scritti, erano, maniacalmente, sempre pretesto per denunciare la solitudine dell’uomo moderno e la necessità di un ritorno alla Natura. Compravo la rivista l’Airone e mia sorella, Maria, ha continuato a farlo dopo di me: mentre lei, grazie a quella rivista, divenne attivista del WWF, io ho sempre creduto, invece, che il pianeta vivente fosse da tutelare nel suo insieme e nell’approccio quotidiano della vita. (altro…)

Published in: on 7 gennaio 2009 at 18:00  Lascia un commento  
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Le campagne periurbane come siti naturalistici quotidiani e come luogo per un’agricoltura di prossimità

Le campagne periurbane come siti naturalistici quotidiani e come luogo per un’agricoltura di prossimità 

di Alessio Masone – Benevento, 16 ottobre 2008

Il variegato paesaggio agrario italiano, parcellizzato in una miriade di piccoli fondi e caratterizzato dall’alternanza di valli e colline, per secoli è stato realizzato e manutenuto da una classe di involontari architetti: il mondo contadino.

Spesso, dimentichiamo che il mestiere più diffuso al mondo è quello dell’agricoltore: circa il 50% della popolazione del pianeta vive di agricoltura.
La popolazione mondiale, ora già oltre i 6,5 miliardi, crescendo al ritmo di 84 milioni di individui annui, nel giro di pochi anni, giungerà alla preoccupante cifra di 8 miliardi. A quel punto, non basteranno tutti i terreni coltivabili del pianeta per soddisfare la domanda alimentare della popolazione mondiale.
Considerando che, nei paesi in via di sviluppo, è in continua crescita il consumo pro capite di alimenti, il comparto agroalimentare, nel futuro, sarà più strategico del comparto industriale.

Quando ormai l’economia di scala, tipica della produzione industriale, è in recessione, quando l’economia virtuale dei mercati finanziari inizia a mostrare i suoi limiti, le aree, come il Sannio, non industrializzate e a bassa densità demografica, sono quelle più avvantaggiate per agganciare quell’economia rurale e dalla filiera corta, unico comparto, insieme al turismo ambientale e culturale, in espansione nel XXI secolo. (altro…)

Caro libri e consumo critico

Caro libri e consumo critico

Nella società dell’opulenza (e della recessione), dimentichiamo spesso la differenza tra povertà reale e povertà percepita. Tra quella che ricorre quando non si è in grado di soddisfare le funzioni fisiologiche e sociali essenziali (fame, salute, condivisione sociale) e quella in cui l’individuo, pur possedendo molti comfort, in relazione ai suoi simili si percepisce economicamente inadeguato . Nella società occidentale, noi tutti, non potendo possedere tutto quello che il mercato ci impone, ci ritroviamo frustrati quanto a ricchezza.

Molti di noi, per inseguire prodotti superflui, ma alla moda, si ritrovano, a fine mese, a corto di denaro: a questo punto, provvedere ai beni necessari, come i testi scolastici, i mutui, cibi sani e le utenze, diventa un problema. Quegli stessi ragazzi che, per risparmiare, comprano libri usati o che non li comprano affatto, poi, non rinunciano allo zaino griffato o al telefonino ultima generazione.

I testi scolastici non sono proibitivi: costano meno di un profumo, durano più di una maglietta di tendenza. Collaudati negli anni, di solito, sono corredati da un ricchissimo apparato iconografico e realizzati con legatura, non a colla, ma con filo (praticamente indistruttibili): qualsiasi tipologia di libro (saggistica, giuridica, universitaria, narrativa, ecc.) non può competere per rapporto qualità/prezzo con i manuali scolastici.
In più, questi ci risulteranno utili oltre il limite degli anni scolastici. Dovrebbero restare nella libreria di casa a testimoniare la nostra gioventù, utili come opere di consultazione, idonei ad “arredare” impreziosendo, con i loro contenuti, le nostre dimore.
E invece, noi, spesso, i libri scolastici li rivendiamo (svendendoli), poi, compriamo nelle edicole, a puntate, asettiche enciclopedie, uguali per tutti ed estranee alla nostra esistenza. (altro…)

Published in: on 26 settembre 2008 at 18:00  Lascia un commento  
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Alessio Masone nel “Questionario di Proust”

Il questionario di Proust
Si chiama il «Questionario di Proust». Si tratta di un gioco molto praticato nei salotti della Parigi di fine Ottocento. La storia vuole che Antoniette Faure, amica di Marcel Proust, pose al futuro autore di «Alla ricerca del tempo perduto» una serie di domande sul suo carattere e sulla sua personalità, Proust rispose. Da allora il gioco è stato spesso riproposto.

Che cos’è per lei la perfetta felicità?
Noi che la inseguiamo, senza fare (paradossalmente) del male a noi e agli altri.

Qual è la sua più grande paura?
Raggiungerla (la felicità) o non avere più i mezzi per inseguirla.

Con quale personaggio storico si identifica di più?
Spartaco (a differenza dei liberti, combatteva per la libertà di tutti gli schiavi).

Quale personaggio vivente ammira di più?
Personaggio o comune individuo, ognuno recita la sua parte. Li rispetto allo stesso modo.

Che cosa le piace meno di sé?
Essere logorroico e poco diplomatico.

La massima stravaganza della sua vita?
Accarezzare le piante che, nel camminare, mi ritrovo a portata di mano.

Che cosa le piace di meno del suo aspetto?
Considero i difetti come fonte di biodiversità: sono identificativi di me, non potrei rinnegarli.

In quali occasioni dice bugie?
Quando la verità non è tollerabile; io dovrei dire più spesso bugie.

La persona che meno le piace?
Il carismatico (come l’attore, il politico di successo e chiunque sa vendersi): è una coca cola.

Il grande amore della sua vita?

Quello in corso.

Quando e dove è stato più felice?
Non vedo la mia vita come degli episodi slegati. Maggiore esperienza, maggiore consapevolezza, ogni giorno di più.

Di quale virtù le piacerebbe disporre?
La compassione: vera condivisione con l’altro.

E quali sono i suoi punti di forza?
L’entusiasmo, la perseveranza, la determinazione, il cerebralismo e l’essermi formato fuori da ogni accademia (dove si plasmano i più correnti e subdoli reazionari).

Qual è il suo attuale stato d’animo?
In corsa.

Il peggio che le possa capitare?
Non avere obiettivi.

Dove vorrebbe vivere?
Chi crede di dover solo prendere dal mondo, si cerca il posto più adatto; gli altri cercano di essere i più adatti al posto dove sono nati: migliorandolo, trasformano il mondo intero.

Chi sono i suoi scrittori preferiti?

Quelli che scrivono a me, per me: le persone care che hanno da condividere con me. In mancanza, è necessario rivolgersi agli scrittori virtuali, quelli che scrivono per tutti.

Come vorrebbe morire?
Non inutilmente. 

Qual è la cosa più preziosa che possiede?
La speranza.

Qual è il suo motto?
Aiutati, che dio ti aiuta.

Cosa direbbe all’uomo più potente del mondo?
Gli chiederei se è un uomo libero.

ALESSIO MASONE

Pubblicato su Messaggio d’Oggi del 13 DICEMBRE 2006, nella rubrica curata da Ernesto Razzano. 

Published in: on 13 dicembre 2006 at 18:00  Lascia un commento  
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