L’evoluzione dell’umanità risiede nello sguardo differente della donna
(Per dire che, nella gestione della cosa pubblica, non abbiamo bisogno di quote rosa, ma di persone che, come le donne, non vorrebbero essere lì.)
L’evoluzione dell’umanità risiede nello sguardo differente della donna
L’umanità si è evoluta quando le donne hanno iniziato a preferire, all’uomo più capace nel fisico, quello più capace nell’intelligenza e così via.
La donna, con il suo minimalismo quotidiano, mai pubblico, ha guardato sempre con disimpegno la competitività maschile: se, nei secoli, la violenza e le ingiustizie sono diminuite, è stato grazie allo sguardo femminile che si posa sull’uomo.
Ogni rivoluzione, con cui l’uomo ha spodestato repentinamente un potere basato sull’ingiustizia, col tempo, è stata sostituita da un nuovo potere basato sull’ingiustizia.
La donna ha sempre vissuto di quotidiano perché ha sempre saputo che le grandi teorie, le grandi rivoluzioni, i grandi successi vengono sostituiti ciclicamente da altri: in realtà, il mondo si evolve nelle emozioni quotidiane.
A prescindere dalle rivoluzioni moderne e dalle leggi sempre più specialistiche, il mondo rigenera la sua violenza: fino a quando esisteranno donne che amano camorristi e corrotti, competitivi e arrivisti, questi esisteranno nonostante qualsiasi legge giuridica e morale.
Lo sguardo primordiale della donna li autorizza ad esistere: la legge della donna è originaria e prevale su tutte.
Quando la complessità ha velocizzato gli accadimenti, la donna, da una parte, ha continuato a selezionare il maschio con il paradigma emozionale della biologia, invece di velocizzare la modulazione delle sue emozioni a favore dell’uomo che si adegua al sentire femminile, dall’altra parte, ha preferito assimilarsi all’uomo.
Ha scambiato l’indipendenza dall’uomo con il rivestire lo stesso ruolo dell’uomo.
La donna, aspirando a essere entrambi i sessi, ha rinunciato alla sua identità di selezionatrice di emozioni e, quindi, di indirizzo per l’uomo. Il maestro, arresosi, ha deciso di omologarsi agli allievi.
Le donne, che sono tornate capaci di condizionare il mondo occidentale (maschile), sono quelle che, avendo abbandonata la ricerca generica di una parità con l’uomo, hanno scoperto il “pensiero delle differenza femminile”. Qui, la differenza diventa opportunità di confronto e di evoluzione.
Ma, quando anche queste donne, di fronte alle emozioni, restano ancorate a “mi piace”, senza indagarne la motivazione, come faccio a non sospettare che queste donne, invece di essere portatrici di differenza e di biodiversità, di giustizia e di verità, si stiano omologando ai gusti di altre donne e finanche degli uomini?
Se, nell’odierno mondo femminile, è ancora radicato un vagliare il mondo prevalentemente per emozioni, non verificate nelle cause, il sentire femminile viene meno all’ancestrale funzione di cui è portatrice.
La necessità di cambiamento dei nostri tempi, in particolare se dal basso, prevede che il sentire femminile sia la risorsa e la risposta immunitaria per riequilibrare quel modello occidentale che, ormai in crisi, si è sempre fondato sul sentire maschile.
Vado in allarme quando il sentire femminile, fra le ultime speranze per combattere l’omologazione, è in mano a donne che “sentono” che il massimo della ribellione al mondo maschile risieda nel loro trasformarsi in macho: donne alle quali “piace” mostrarsi fiere di attitudini maschili come l’apprezzare la solitudine sentimentale e l’indipendenza, il fare commenti sui bellocci, il parlare di politica e di calcio: tutti argomenti che prescindono da quelle emozioni che cambiano il mondo.
Sottovalutando il potere della differenza, rinunciando al confronto con l’uomo e alla possibilità di condizionarlo, alle donne ”piace” diventare emozionalmente come l’uomo.
Le donne, se non intendono definitivamente rinunciare all’opportunità di salvezza, personale, del loro genere e del mondo, si sforzino a lavorare sulle loro emozioni, quelle che fanno la differenza.
Non credano le donne che, scegliendo autonomamente dall’uomo, siano esenti dall’interdipendenza che grava sulle loro scelte, in termini di ricadute sul mondo: siamo tutti interconessi, anche qui, non solo altrove, in teoria.
Alessio Masone
N.B. Nell’esporre questa visione, ritengo di ringraziare l’esistenza di Art’Empori e di alcune donne: Rita Bagnoli che ci ha consentito di familiarizzare con il “pensiero della differenza femminile”; Pina Fontanella che è il prototipo di donna che modula la sua emozionalità in base a criteri di giustizia; Tullia Bartolini per il suo percorso di giustizia e di verità.
Emozioni che impediscono l’azione
Emozioni che impediscono l’azione
Donne emozionate dall’uomo di una canzone lontana,
dalla poesia dei ricordi,
da una scrittura che seduce per non fare.
Donne in rivolta contro l’uomo presente,
alla ricerca di un’indipendenza, di una mascolinità che sfugge.
In mezzo, passa una vita che non vogliono sentire,
perché le canzoni sono troppo vicine,
le poesie sono quelle che avvengono ora,
i fatti sono la scrittura cocente,
l’indipendenza è scoprire che la mascolinità è l’altra metà di loro,
quell’uomo che dipende dalle loro emozioni.
Alessio Masone
La limitazione alle intercettazioni contribuisce a un cambiamento dal basso
La limitazione alle intercettazioni contribuisce a un cambiamento dal basso
di Alessio Masone
La limitazione all’utilizzo delle intercettazioni, voluta dal governo, a prima vista, ci appare a danno della popolazione. Riflettendo, con un ridotto utilizzo delle intercettazioni, gli italiani, per avere idea di chi colpevolizzare della mala gestione dei beni comuni, non potranno più affidarsi ai singoli casi d’impulso della magistratura.
La popolazione, non potendo intraprendere una caccia alle streghe, a carico di singole persone, dovrà mettere in discussione complessivamente il sistema.
In mancanza di singoli nomi da colpevolizzare, la popolazione non potrà più delegare, ai mass media e alla magistratura, l’individuazione degli obiettivi su cui dirigere il proprio sentimento di rabbia: la popolazione, obbligata a sospettare di chiunque faccia parte del sistema, dovrà imparare a esercitare, in prima persona, il dissenso al sistema di cui è parte e, quindi, anche a mettere in discussione sé stessa.
Cosa risolve il “linciare” un certo Scialoia (o Scagliola o Scarola) che, nel suo ruolo di esponente politico, potrebbe essere reo di concussione, se il sistema politico, nel suo insieme, è collassato?
Ogni volta che fallisce un sistema, questo, per non mettersi in discussione, promuove nella popolazione una morbosa ricerca del capro espiatorio, dell’untore, della strega da colpevolizzare.
La sopravvivenza di ogni sistema complesso pretende le sue vittime: la biologia si fa strada grazie alla malattia e alla morte che aggrediscono gli esemplari più deboli. Il sacrificare alcuni membri del sistema realizza una selezione naturale utile a fortificare quel sistema.
Il “mercato del lavoro criminale”, secondo gli studiosi, è un sistema in cui ogni individuo che viene espulso, per volontà della magistratura o per cause naturali, produce un’opportunità per altri individui, più giovani e più evoluti, che premono per entrare in quel mercato di lavoro.
La stessa “Tangentopoli” è una dimostrazione di questa regola: ha prodotto un terremoto a danno di singole e sfortunate persone, ma il sistema ne è risultato rinvigorito da nuove forze, ancora più prestanti nel settore della corruzione e della concussione.
La società civile, quando viene individuato l’autore di un reato, non avrebbe niente da gongolarsi. Ogni volta che viene all’evidenza che un membro della popolazione, quindi, uno di noi, ha commesso un reato, di fatto, viene alla ribalta un nostro insuccesso perché quell’evenienza è sintomo che il sistema di cui siamo parte e, quindi, coautori, ha fallito: invece di gioire, dovremmo metterci in discussione, nel nostro interfacciarci con l’altro e nei nostri stili di vita.
Burocrati e idealisti: amici e compagni di percorso
Turbamenti Beneventani
Appello all’editoria e all’informazione locali
Quando asini e clown presero il posto degli eroi: la “Marcia per il territorio” contro la centrale di Ponte Valentino (BN)
Quando asini e clown presero il posto degli eroi: la “Marcia per il territorio” contro la centrale di Ponte Valentino (BN)
Un nostro concittadino, su un blog, ha scritto, con soddisfazione masochistica, che, alla “Marcia per il territorio contro la centrale di Ponte Valentino”, realizzata l’8 dicembre 2009, compresi gli asini e i clown, fosse presente un esiguo numero di partecipanti.
La manifestazione (marcia e raccolta firme) era di opposizione all’insediamento di una centrale termoelettrica che produrrebbe 400 megawatt a beneficio del deficit energetico regionale, ma che pregiudicherebbe un territorio, quello sannita, che assorbe solo il 5% del fabbisogno energetico campano.
Se i beneventani accorrono a frotte, solo quando ci si schiera pro o contro Berlusconi o quando si voglia godere dell’ennesimo cinepanettone o quando la città ospita artisti e scrittori imposti dai media nazionali, non è un’evenienza a demerito della manifestazione contro la centrale, ma una manchevolezza a disonore di una popolazione troppo impegnata in cose lontane dalle proprie esigenze primarie (diritto a un’aria, a un’acqua e a un cibo salubri, diritto del contadino a coltivare la propria terra producendo in sicurezza alimentare).
Quelli che combattono per tutelare la salubrità del territorio (la centrale, matematicamente, procurerebbe un incremento dell’incidenza delle malattie tumorali) e la vocazione rurale del Sannio (il 45% delle imprese sannite sono aziende agricole) sono un esiguo numero di individui, come erano solo una piccola minoranza della popolazione quelli che, durante il nazismo, presero posizione, in Germania, contro lo sterminio degli ebrei, come erano in pochi quei partigiani che, a rischio della propria vita, si opposero al nazifascismo.
Qui, da noi, con minimi sacrifici, è possibile tutelare il proprio territorio (e quindi sé stessi) da una strategia che, decisa da lontano, dalle convenienze di partiti e di grandi aziende, con la collaborazione, anche omissiva, degli amministratori locali, vuole, nel corso degli anni, minare le nostre risorse primarie, con progetti che nascono d’imperio, uno all’anno, fra discariche regionali, centrali elettriche, piattaforme logistiche, megaparcheggi, privatizzazione dell’acqua. Eppure, la nostra popolazione è incapace di prendere posizione perché, ormai, questa vive, come in un perpetuo “Grande fratello”, anche quando crede di opporsi all’omonima trasmissione televisiva, frequentando teatri e musei.
La condizione di cittadinanza nasce dalla relazione con un territorio specifico: se non siamo capaci di avere un rapporto consapevole con esso, come possiamo essere cittadini italiani che abbiano da esprimere sulla società e sulla politica nazionali?
Se non abbiamo coscienza del legame con la terra più vicina a noi, cosa possiamo individuare, nei nostri viaggi, in terre lontane da noi?
Se abbiamo perso l’esercizio a godere dei colori, degli odori e dei suoni della nostra terra, cosa possiamo fruire da pittori, poeti e musicisti?
Dove sono quegli uomini colti che, durante la fruizione di un libro o di un film sulla shoah, si dimostrano contro il male gratuito, ma solo con il senno di poi, quando i danni sono ormai irreparabili, quando tutto è acclarato?
Verranno fuori quegli intellettuali, anche questa volta, col senno di poi, quando tutto sarà irreparabile, quando anche le persone più insipienti avranno coscienza della distruzione dei beni primari di un popolazione?
Se la manifestazione contro la centrale era connotata dalla presenza di clown e di asini, gli individui e gli animali più miti e più umili, forse, è già troppo tardi, già tutto è acclarato: televisioni e giornali hanno reso la popolazione locale incapace, più di clown e di asini, nel prendere posizione?
Alessio Masone
per il “Coordinamento delle associazione e dei comitati contro la centrale di Ponte Valentino”
Benevento, 7 gennaio 2010
Per visionare le foto della “Marcia per il territorio”, clicca su:
Quando asini e clown presero il posto degli eroi: la marcia contro la centrale di Ponte Valentino
L’era di FB vuole che si deleghi anche la comunicazione.
L’era di FB vuole che si deleghi anche la comunicazione.
Libertà di scegliere, nell’ambito di opzioni precostituite da altri, è libertà?
di Alessio Masone – 29.11.09 (apparso su Bmagazine-Art’Empori di dicembre ’09)
E’ comodo far scegliere alle televisioni e ai giornali nazionali le informazioni che vogliamo apprendere.
E’ comodo far scegliere ai critici, alle accademie e ai giornali gli artisti che gradiamo leggere, ammirare e ascoltare.
E’ comodo far scegliere alle catene di supermercati e alle catene di franchising i prodotti che ci servono.
E’ comodo eleggere i nostri rappresentanti nelle istituzioni, come nostra attività di impegno civico.
E’ comodo ascoltare o leggere Saviano, come nostra attività di contrasto alla corruzione e la criminalità organizzata.
Ma solo lo scegliere in prima persona trasforma il mondo.
Ascoltando, alla TV, Saviano, ci emozioniamo, urliamo dentro di noi, ma, poi, nella nostra vita, quella che facciamo con le azioni, non quella che ascoltiamo o leggiamo, siamo rimasti uguali. A cosa serve che ci sia un solo Saviano che agisce, quando parla, se noi, compatti, restiamo, di fatto, immobili negli stili di vita? Abbiamo lasciato da solo Saviano e, se un giorno lo assassineranno, noi, sebbene complici, grideremo allo scandalo. Ma Saviano non corre questo rischio: i suoi nemici sanno bene che il suo parlare, in fin dei conti, non trasforma il mondo. Tutto resta identico a prima, grazie a noi. (continua…)
La bellezza del bene comune, in risposta a Parliamone
La bellezza del bene comune, in risposta a Parliamone
12 dicembre 2009 – di Alessio Masone
Avevo scritto con cuore aperto e trasparente, partendo dal particolare (Parliamone) per parlare del generale (l’associazionismo).
Avevo approfittato per parlare di cambiamento dal basso che, sebbene di moda, è un concetto conosciuto solo tramite i luoghi comuni. Penso di avere l’esperienza e il diritto di confrontarmi sull’argomento, senza timore di essere accusato di pretenderne l’esclusiva, come temerariamente afferma Jean Pierre el Kozeh.
Questa alzata di scudi, da parte di due esponenti culturali di destra che non vivono il territorio, ma la capitale d’Italia, è dannosa per la credibilità di Parliamone, associazione che vuole dichiararsi apolitica e per le attività dal basso. Ancora di più dannosa, quando l’intervento è firmato da chi, negli anni dell’assessorato di Orlando, gestiva buona parte delle attività culturali promosse dal Comune di Benevento: con fare controproducente, ha riacceso gli animi e le lamentele di tutti quegli artisti e di quei musicisti che non erano graditi da El Kozeh.
El Kozeh, lamentando che le associazioni, nelle loro censure, non sono entrate nel merito delle attività organizzate da Parliamone, non ha considerato che, per tatto e per rispetto della biodiversità delle proposte, noi non abbiamo voluto giudicare le singole attività, ma solo l’impostazione. Comunque, se sollecitati a esprimerci, dobbiamo dire che le attività di Parliamone, almeno quelle che conosciamo, sono generiche adesioni a iniziative promosse da altri, a livello mondiale (La giornata della lentezza, 100 piazze per il clima), oppure generiche attività per rilevare i disagi della popolazione locale, senza utilizzare una specifica visione per decodificare la società in cambiamento (piattaforma logica). Preferendo i processi culturali orizzontali, diffido delle iniziative che, calate identicamente su tutto il pianeta, sono incentivatrici, al di là dell’obiettivo, di un paradigma omologante e spersonalizzante.
(continua…)
I ruoli dell’associazionismo e della politica: Parliamone
I ruoli della politica e dell’associazionismo: Parliamone
4 dicembre 2009 – di Alessio Masone *
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La crisi delle ideologie e della democrazia rappresentativa, in corso nel XXI secolo, agevolerà, nella gestione dei beni comuni, un coinvolgimento dei cittadini, ormai attori politici, in qualità di consumatori critici, di associazioni per uno sviluppo sostenibile, di movimenti per la difesa del territorio e degli esclusi sociali. Stante la crisi dei sistemi di scala, in ambito economico, politico, sociale e ambientale, il modello verticistico, tipico dei partiti e delle grandi aziende, dovrà lasciare il passo a un modello orizzontale che, grazie a un cambiamento dal basso, potrà dare risposte alle emergenze sociali, occupazionali e di salubrità pubblica.
Ne consegue che alcuni uomini politici, quelli più capaci di contaminazione, vogliano intercettare le energie generate da una trasformazione sociale, sempre più incalzante: Nardone, con Futuridea, Orlando, con Parliamone, e Medici, con Palazzo di città, ne sono, solo, alcuni esempi.
Di per sé, il gesto, degli esponenti politici che familiarizzano con l’associazionismo, sembra avallare, velocizzandola, l’evoluzione sociale prevista. Ma, al di là della buona fede, in concreto, questo gesto tende a inficiare la portata rivoluzionaria del cambiamento dal basso.
Nell’attendere un processo di democratizzazione estrema della gestione pubblica, ci ritroveremmo esponenti politici capaci di controllare anche il mondo dell’associazionismo, come se, in parlamento, il presidente del partito di maggioranza, fosse anche il leader del partito di opposizione.
(continua…)
L’informazione, dalla carta stampata al web, come liberazione dell’intellettuale
L’informazione, dalla carta stampata al web, come liberazione dell’intellettuale
di Alessio Masone (pubblicato su Sanniopress - 24 novembre 2009)
Il mondo giornalistico finge di ignorare che il motivo, alla base di uno spostamento di attenzione, dalla carta stampata al web, risieda nel fatto che il XXI secolo necessita, nell’agire sociale, di un coinvolgimento attivo della popolazione.
Si diffonderanno, sempre più, negli anni, tutti quegli strumenti che consentono una veicolazione orizzontale delle informazioni: blog, liste di discussione…
Quindi non è in gioco, semplicemente, una preferenza dell’utilizzo del mezzo mediatico, tra quello cartaceo e quello telematico. E’ in discussione quel giornalismo che si ispira a un fare informazione, calato dall’alto, tipico delle grandi testate nazionali, dei professori che pontificano, che è stato, di fatto, custode di un arido status quo, invece che il pungolo verso quel cambiamento necessario ad affrontare le problematiche attuali, quali la crisi delle ideologie e le emergenze democratiche, occupazionali, ambientali e sociali.
Il XXI secolo, anche grazie al web, mette in discussione quella nomenklatura giornalistica che, con il suo insostenibile verticismo culturale, è complice, anche quando, a parole, lo condanna, di quel modello di sviluppo che, ormai superato, si basa sui sistemi di scala. Quel modello che consente al sistema politico, di destra e di sinistra, di saccheggiare i territori (a danno della salubrità pubblica e dell’economia locale) per fare affari con le grandi aziende, al fine di sostenere partiti e personaggi che, altrimenti, sarebbero già caduti nella pattumiera della storia che supera. (continua…)
Cerco sempre l’affondo: il verticismo delle emozioni
Aldo Montano, fiorettista, consiglia: “Cerco sempre l’affondo, ma mai sul pedale”.
Questo è il motto della campagna di comunicazione “Sulla buona strada” promossa del governo italiano.
Paradossalmente, da una parte, a parole, la campagna “dice” ai giovani di non correre in auto, dall’altra, utilizzando, come testimonial, un asso sportivo, “comunica” di fatto che, chi vuole considerazione, deve risultare competitivo e performante nella vita e, quindi, anche in auto!
Questa contraddizione è sintomo incontrovertibile che i governanti e i loro consiglieri non possiedono gli strumenti per affrontare un nuovo modello culturale che sia capace di produrre una popolazione coesa e felice (quindi, non autolesionista in auto…) e al contempo, nuova occupazione, una reale tutela ambientale e una giustizia sociale.
Abbiamo imparato che i prodotti locali, che non sono promossi da testimonial di visibilità nazionale e internazionale, sono portatori di una ricaduta benefica complessa: maggiore sicurezza alimentare, nuove occasioni occupazionali, giustizia sociale (maggiore retribuzione ai piccoli produttori, invece che ai capitalisti azionisti della grande distribuzione), coesione sociale (maggiore relazione tra produttori e consumatori, attori dello stesso territorio), tutela ambientale (meno inquinamento e meno infortuni stradali causati dal trasporto di merci lontane). (continua…)
Obama come Berlusconi o come Veltroni?
I giornali evidenziano un Berlusconi che sa conquistare la stima di Obama.
Ma Berlusconi, al contrario di Obama, è per il nucleare.
Obama è per la green economy, Berlusconi per le grandi opere pubbliche.
Obama è per l’economia etica, Berlusconi, per agevolare i capitalisti dell’Alitalia, ha tagliato sull’istruzione, riducendo il numero delle classi scolastiche: ha reso disoccupati (da settembre) tutti gli insegnanti precari (alcune decine di migliaia): tanto sono tutti meridionali, anche quelli che insegnano al Nord.
Obama è figlio di una razza che Berlusconi, con le sue leggi contro gli extracomunitari, non farebbe neanche entrare in Italia.
Giornali e TV, se detenessero ancora la capacità di analizzare il mondo, invece di agevolare gli italiani a stimare un leader che, senza coerenza e con scarsa dignità, si onora della compagnia di Obama, si impegnerebbero a sottolineare che abbiamo leader che pensano come Obama: Veltroni e Franceschini (non sarebbero la soluzione definitiva, ma almeno un passo in avanti).
Gli italiani amano Obama, ma votano Berlusconi: un’incoerenza che si spiega solo con l’inadeguatezza della classe intellettuale e giornalistica a orientare la popolazione.
Alessio Masone
Crollo del centralismo ideologico: identità locale e informazione orizzontale come modello per il XXI secolo
di Alessio Masone e Tullia Bartolini
Negli anni sessanta e settanta, il mondo delle università costituiva l’epicentro dei fermenti culturali e innovativi della nostra società. Al contrario, in questo inizio di secolo, di fronte alle emergenze recessive, occupazionali, ambientali e democratiche, le sedi universitarie non sono luoghi di confronto capaci di imprimere alla società una svolta risolutiva.
Questo stesso limite è da attribuire anche ad altre figure, quali l’intellettuale, il politico e il giornalista: tutte accomunate dal non possedere gli strumenti per analizzare ed affrontare il cambiamento sociale in corso.
Tra le tante ragioni di questa incapacità, c’è sicuramente il vuoto delle ideologie che si è formalizzato con il crollo del Muro di Berlino. Ma, a ben vedere, le figure in crisi sono accumunate anche da un’identica strategia operativa: il centralismo e il verticismo, tipici della concentrazione della produzione di beni. Essi hanno strutturato, fino ad oggi, anche la modalità di circolazione dei valori e delle esperienze nel mondo della cultura e della politica.
Probabilmente, unitamente all’incapacità reattiva delle grandi imprese di fronte al declino di quel modello di sviluppo che proliferava centralizzando la produzione e le popolazioni in grandi agglomerati urbani, anche tutti i luoghi deputati all’analisi di una società in cambiamento (come le università, i giornali, il parlamento, i partiti, tutti strutturati verticisticamente) non sono più in grado di dare risposte. (continua…)
Aree Verdi Relazionali
Comunicato stampa
La Rete Arcobaleno plaude alla realizzazione del “Regolamento del verde” e suggerisce le “Aree Verdi Relazionali”.
di Alessio Masone - Benevento, 27 marzo 2009
Ringraziando la fattiva opera degli assessori Castiello e D’Aronzo nel dotare la città di Benevento di un utile strumento, qual è il “Regolamento del Verde pubblico e privato”, la Rete Arcobaleno rilancia suggerendo all’assessorato all’Ambiente ulteriori obiettivi da perseguire: le “Aree Verdi Relazionali”.
La Rete Arcobaleno sollecita, infatti, gli amministratori a realizzare spazi verdi che non rappresentino, semplicemente, arredo da ammirare, ma che, coinvolgendo i residenti, come attori del verde, concretizzino luoghi di aggregazione per i cittadini.
Benevento non è riconoscibile per i giardini, ma per i tantissimi orti che affollano le campagne circostanti. Per notarli, non occorre andare lontano: sono nella città, sono vere aree urbane che dialogano con il tessuto urbano. L’azione da intraprendere dovrebbe riguardare il recupero degli orti incolti (vuoti urbani) per realizzare un nuovo modello di spazio pubblico, una tipologia di orto-giardino capace di rimandare agli antichi orti urbani della città.
Per raggiungere questo obiettivo, la Rete Arcobaleno propone che siano realizzati, nel centro urbano, gli orti urbani, gli orti scolastici e i “Cortili verdi rionali” e, nelle contrade, gli “OrtoVillaggi”. (continua…)
La Rete Arcobaleno sul PUC di Benevento
La Rete Arcobaleno a proposito del PUC e del Piano Strategico PIU Europa
di Alessio Masone – Benevento, 20 marzo 2009
Una posizione a tutela dei luoghi beneventani dal rischio di essere inglobati nell’area metropolitana, a causa di maggiori collegamenti con Napoli, e dal rischio che sia stravolta la vocazione rurale, ambientale e turistica del territorio, a causa di una piattaforma logistica.
1) Tutela della qualità di vita quotidiana come attrattore di flussi turistici dalla fascia costiera campana.
Tra le altre trasformazioni sociali in corso, è rilevante che il turismo delle zone interne della Campania è in espansione, mentre è in decrescita la capacità attrattiva della fascia costiera.
Il dato emergente deriva da un bisogno, sempre più diffuso nella popolazione, di raggiungere, non solo i siti di notevole rilevanza artistico/archeologica, ma anche i luoghi dalle connotazioni minimali, ma identitari, che, con la loro qualità di vivibilità quotidiana, consentono al visitatore l’opportunità di permanere per più volte e per periodi più prolungati nei siti delle zone interne.
Il turista del nuovo secolo sta maturando la necessità di individuare mete che non siano da consumare una tantum, ma che consentano l’opportunità di interagire in modo più continuativo e relazionale con il territorio che li ospita.
Per queste motivazioni, si suggerisce di incentivare quella qualità di vita percepibile, dal cittadino e quindi dal visitatore, nei processi quotidiani di utilizzo della dimensione urbana e rurale del nostro territorio. (continua…)
Era mio padre
R.B. Riflessioni Beneventane
R.B. Riflessioni Beneventane
I due innamorati si distraggono dal mondo.
Il visitatore della città grande si emoziona,
senza ricambiare.
Se non riflette energia su sé stesso,
il lettore può contaminare tutto il mondo,
abitandolo nello sguardo dell’altro.
Quando non avrà da leggere,
avrà da scrivere.
Alessio Masone – Benevento, 29 gennaio 2009
Alessio Masone nell’autointervista di Bmagazine
Da mio padre, ho appreso la passione per le piante. Da bambino, lo seguivo a Pietrelcina, suo paese natale, dove, nel nostro orto/giardino/campo di bocce, trascorrevo tutte le domeniche e le vacanze estive. I miei cugini, se volevano incontrarmi, dovevano lasciare la piazza del paese per raggiungermi al “Campo di bocce”.
Lì, ho imparato a riconoscere le simmetrie della natura, ad ammirare la meraviglia quotidiana che esprime il mondo vegetale, a provare appagamento nell’innaffiare, come nutrendole, le piante.
Lì, ho appreso anche il conciliante equilibrio psicofisico che si ottiene nel realizzare lavori manuali: la frescura dell’acqua corrente dopo il sudore dello zappettare, lo scorrere dell’acqua nei solchi dell’orto come un fiume in miniatura che percorre la sua valle, il friggere del mattone immerso nell’acqua per realizzare il muretto di un’aiuola.
Ai tempi del liceo, sul balcone di casa, coltivavo le mie piante e sperimentavo i primi tentativi di compostaggio: quando mia madre notò che io, a fine pranzo, trasferivo nei vasi delle piante i resti della frutta del mio piatto, pensò di fermare la mia mania di “dare da mangiare” alle piante, togliendo, con un pretesto, tutte le piante dal balcone.
A scuola, i miei elaborati scritti, erano, maniacalmente, sempre pretesto per denunciare la solitudine dell’uomo moderno e la necessità di un ritorno alla Natura. Compravo la rivista l’Airone e mia sorella, Maria, ha continuato a farlo dopo di me: mentre lei, grazie a quella rivista, divenne attivista del WWF, io ho sempre creduto, invece, che il pianeta vivente fosse da tutelare nel suo insieme e nell’approccio quotidiano della vita. (continua…)
Le campagne periurbane come siti naturalistici quotidiani e come luogo per un’agricoltura di prossimità
Le campagne periurbane come siti naturalistici quotidiani e come luogo per un’agricoltura di prossimità
di Alessio Masone – Benevento, 16 ottobre 2008
Il variegato paesaggio agrario italiano, parcellizzato in una miriade di piccoli fondi e caratterizzato dall’alternanza di valli e colline, per secoli è stato realizzato e manutenuto da una classe di involontari architetti: il mondo contadino.
Spesso, dimentichiamo che il mestiere più diffuso al mondo è quello dell’agricoltore: circa il 50% della popolazione del pianeta vive di agricoltura.
La popolazione mondiale, ora già oltre i 6,5 miliardi, crescendo al ritmo di 84 milioni di individui annui, nel giro di pochi anni, giungerà alla preoccupante cifra di 8 miliardi. A quel punto, non basteranno tutti i terreni coltivabili del pianeta per soddisfare la domanda alimentare della popolazione mondiale.
Considerando che, nei paesi in via di sviluppo, è in continua crescita il consumo pro capite di alimenti, il comparto agroalimentare, nel futuro, sarà più strategico del comparto industriale.
Quando ormai l’economia di scala, tipica della produzione industriale, è in recessione, quando l’economia virtuale dei mercati finanziari inizia a mostrare i suoi limiti, le aree, come il Sannio, non industrializzate e a bassa densità demografica, sono quelle più avvantaggiate per agganciare quell’economia rurale e dalla filiera corta, unico comparto, insieme al turismo ambientale e culturale, in espansione nel XXI secolo. (continua…)
Caro libri e consumo critico
Caro libri e consumo critico
Nella società dell’opulenza (e della recessione), dimentichiamo spesso la differenza tra povertà reale e povertà percepita. Tra quella che ricorre quando non si è in grado di soddisfare le funzioni fisiologiche e sociali essenziali (fame, salute, condivisione sociale) e quella in cui l’individuo, pur possedendo molti comfort, in relazione ai suoi simili si percepisce economicamente inadeguato . Nella società occidentale, noi tutti, non potendo possedere tutto quello che il mercato ci impone, ci ritroviamo frustrati quanto a ricchezza.
Molti di noi, per inseguire prodotti superflui, ma alla moda, si ritrovano, a fine mese, a corto di denaro: a questo punto, provvedere ai beni necessari, come i testi scolastici, i mutui, cibi sani e le utenze, diventa un problema. Quegli stessi ragazzi che, per risparmiare, comprano libri usati o che non li comprano affatto, poi, non rinunciano allo zaino griffato o al telefonino ultima generazione.
I testi scolastici non sono proibitivi: costano meno di un profumo, durano più di una maglietta di tendenza. Collaudati negli anni, di solito, sono corredati da un ricchissimo apparato iconografico e realizzati con legatura, non a colla, ma con filo (praticamente indistruttibili): qualsiasi tipologia di libro (saggistica, giuridica, universitaria, narrativa, ecc.) non può competere per rapporto qualità/prezzo con i manuali scolastici.
In più, questi ci risulteranno utili oltre il limite degli anni scolastici. Dovrebbero restare nella libreria di casa a testimoniare la nostra gioventù, utili come opere di consultazione, idonei ad “arredare” impreziosendo, con i loro contenuti, le nostre dimore.
E invece, noi, spesso, i libri scolastici li rivendiamo (svendendoli), poi, compriamo nelle edicole, a puntate, asettiche enciclopedie, uguali per tutti ed estranee alla nostra esistenza. (continua…)
Alessio Masone nel “Questionario di Proust”
Il questionario di Proust
Si chiama il «Questionario di Proust». Si tratta di un gioco molto praticato nei salotti della Parigi di fine Ottocento. La storia vuole che Antoniette Faure, amica di Marcel Proust, pose al futuro autore di «Alla ricerca del tempo perduto» una serie di domande sul suo carattere e sulla sua personalità, Proust rispose. Da allora il gioco è stato spesso riproposto.
Che cos’è per lei la perfetta felicità?
Noi che la inseguiamo, senza fare (paradossalmente) del male a noi e agli altri.
Qual è la sua più grande paura?
Raggiungerla (la felicità) o non avere più i mezzi per inseguirla.
Con quale personaggio storico si identifica di più?
Spartaco (a differenza dei liberti, combatteva per la libertà di tutti gli schiavi).
Quale personaggio vivente ammira di più?
Personaggio o comune individuo, ognuno recita la sua parte. Li rispetto allo stesso modo.
Che cosa le piace meno di sé?
Essere logorroico e poco diplomatico.
La massima stravaganza della sua vita?
Accarezzare le piante che, nel camminare, mi ritrovo a portata di mano.
Che cosa le piace di meno del suo aspetto?
Considero i difetti come fonte di biodiversità: sono identificativi di me, non potrei rinnegarli.
In quali occasioni dice bugie?
Quando la verità non è tollerabile; io dovrei dire più spesso bugie.
La persona che meno le piace?
Il carismatico (come l’attore, il politico di successo e chiunque sa vendersi): è una coca cola.
Il grande amore della sua vita?
Quello in corso.
Quando e dove è stato più felice?
Non vedo la mia vita come degli episodi slegati. Maggiore esperienza, maggiore consapevolezza, ogni giorno di più.
Di quale virtù le piacerebbe disporre?
La compassione: vera condivisione con l’altro.
E quali sono i suoi punti di forza?
L’entusiasmo, la perseveranza, la determinazione, il cerebralismo e l’essermi formato fuori da ogni accademia (dove si plasmano i più correnti e subdoli reazionari).
Qual è il suo attuale stato d’animo?
In corsa.
Il peggio che le possa capitare?
Non avere obiettivi.
Dove vorrebbe vivere?
Chi crede di dover solo prendere dal mondo, si cerca il posto più adatto; gli altri cercano di essere i più adatti al posto dove sono nati: migliorandolo, trasformano il mondo intero.
Chi sono i suoi scrittori preferiti?
Quelli che scrivono a me, per me: le persone care che hanno da condividere con me. In mancanza, è necessario rivolgersi agli scrittori virtuali, quelli che scrivono per tutti.
Come vorrebbe morire?
Non inutilmente.
Qual è la cosa più preziosa che possiede?
La speranza.
Qual è il suo motto?
Aiutati, che dio ti aiuta.
Cosa direbbe all’uomo più potente del mondo?
Gli chiederei se è un uomo libero.
ALESSIO MASONE
Pubblicato su Messaggio d’Oggi del 13 DICEMBRE 2006, nella rubrica curata da Ernesto Razzano.
